[ Movimenti ] 10 Ottobre, 2007 23:54

Questo è l’appello di Supporto legale, rete di avvocati che segue i processi di Genova, Cosenza, Napoli e Milano, apparo su "il manifesto" all’indomani della requisitoria del pm Canciani al processo in corso, a Genova, contro 25 manifestanti nei cortei del G8 di Genova, accusati di devastazione e saccheggio.

«La storia siamo noi» non è uno slogan. E’ un approccio preciso; da un lato la storia sociale, dall’altro la storia del potere. Chi lo ha cantato in questi anni lo ho fatto con l’istinto di chi sa di aver vissuto un pezzo importante della storia, ufficiosa o ufficiale che sia. E lo ha fatto pensando a Genova 2001. Con ogni mezzo necessario. Ma dal giorno in cui è iniziata la requisitoria dei pm Andrea Canciani e Anna Canepa (Md), la storia la scrive qualcun altro. E pare che le 300mila persone che hanno cantato quella canzone sei anni fa non si accorgano di nulla.
In questi giorni la verve accusatoria attacca frontalmente la nostra memoria collettiva. I pm non si sono risparmiati: hanno biasimato le violenze delle forze dell’ordine; la gestione dell’ordine pubblico paragonato a una guerra tra bande, la partigianeria di testimoni inqualificabili e come rappresentanti dello Stato. Hanno però voluto porre un limite alle accuse e a un processo che si deve occupare solo delle devastazioni dei manifestanti; tutto il resto non può essere usato davanti alla Corte.
Allora non si può parlare delle spranghe di ferro usate dai carabinieri nella carica di via Tolemaide, perché non hanno avuto alcun effetto di retto sulle devastazioni dei manifestanti; non si può parlare di via Alimonda, un fatto tragico ma già archiviato; non si può dubitare che le centinaia di lacrimogeni sparati sul lungomare non abbiano mai raggiunto il corteo, ma solo la piazza
antistante lo schieramento di polizia; non si può non notare che in via Tolemaide ci siano stati solo 100 secondi di corpo a corpo e che, quindi, le cariche non siano state così violente; non si può non notare che, in fondo, il blindato abbia caricato ad alta velocità i manifestanti solo due o tre volte.
Quindi, poco da lamentarsi.
In pratica, la rabbia di tutti noi in quei giorni per le sopraffazioni vigliacche che aggredivano chi non poteva difendersi, che esprimevano il monopolio più vecchio del mondo, quello dell’uso della forza pubblica, dobbiamo dimenticarla, perché conta poco, mentre si giustificano le forze dell’ordine e chi le comandava. Allora la carica di via Tolemaide si comprende bene.
Cos’altro avrebbe dovuto fare la polizia? Allora quella di Placanica è legittima difesa, mentre quella di tutti coloro che si sono ribellati al G8 no.

Forse anche i pm avrebbero dovuto essere in strada per capire cosa è stata Genova. «Non si può parlare della Diaz», affermano.
 Contemporaneamente offrono agli avvocati degli alti gradi della polizia un assist, sotto forma di affermazioni non provate e dossier già noti, che non cambiano nulla,
ma che risultano ampiamente suggestivi per i media. Condannano l’operato della polizia nella scuola, ma si dimenticano di ricordare che fu proprio la dottoressa Canepa a essere «interpellata» quella notte dai dirigenti poi imputati per il massacro.
Ai pm «non piacciono i cattivi maestri», ma forse dai loro «buoni maestri» dovrebbero apprendere anche che non si può pensare di giocare al gioco della politica senza sporcarsi le mani. 300mila persone–bianche, pink, black, disobbediénti, migranti, pacifisti, autonomi–lo hanno fatto sei anni fa, senza paura.
 
Se la storia siamo noi, se la memoria non è un souvenir da quattro soldi ma un prezioso ingranaggio collettivo, queste stesse persone dovrebbero correre a Genova e far sentire la propria voce in un processo che si è abituato a risolversi come una cosa «per i soli addetti ai lavori». «Addetti ai lavori» come i 25 imputati-capri espiatori sui quali si vorrebbero scaricare tutte le responsabilità di quello che fu Genova, la cui condanna sarebbe utilìssima per chiudere ì conti che tutti sono ansiosi da sempre di chiudere, o rimuovere. La storia non è una questione per addetti ai lavori di un’aula di tribunale. La storia siamo noi.

 

 

http://www.supportolegale.org

[ Fornelli Ribelli ] 08 Ottobre, 2007 15:59
Finalmente nomade torna la trattoria popolare di cui avete sentito la mancanza.

Cosa succede in città? ci chiediamo

C'è qualcosa, qualcosa  che non và! cantava un amico.

Imbrigliati, anche mentalmente, dal nostro nomadismo abbiamo quindi  trasformato la fu Trattoria Popolare in qualcosa di più consono alla nostra nuova forma.

Ci vogliamo complimentare con la giunta Total-Tosi  che  ha finalmente  deciso di aiutarci nella nostra nuova impresa rendendo la città più adeguata ai Fornelli Ribelli decretando una città a misura di auto.

Siamo quindi molto felici dell'installazione di altre 10 telecamere che, oltre a dare un tocco fashion  alla nostra amata città,
saranno di grande aiuto per fermare 2 preoccupanti fenomeni:

_l'importazione di rifiuti nel nostro comune da parte di quei bastardi nullafacenti di Vestenanova che non c'hanno voglia di fare la raccolta differenziata.
_gli immigrati che non pagano la benzina ai distributori.



E quindi brindando all'installazione in centro di colonnine SOS, ci permettiamo di rilanciare e di proporci come il primo

Autogrill Ribelle
 (chè se tra una richiesta di aiuto e una chiamata all'ACI avete bisogno di un ristoro...)


Risotto ai porri "Camogli"

Grigliata mista "Poldo"

Pomodori alla brace
"Positano"

Scaloppine di seitan al vino bianco "Bufalino"

Verdure Miste "Rustichella"


Quindi se "te ghe fame, sè o te scapa da..." vieni

VENERDì 5 ottobre ore 20 ai Fornelli Ribelli
c/o L'isola che non c'era, via galliano Verona.


A seguire Musica, Birra Chiara e Seven Up come in ogni piccolo autogrill.

E se c'è troppo PM10?
Tranquilli!
Sboarina laverà le strade per voi!
[ Generale ] 04 Ottobre, 2007 15:38


Il sindaco mostrò sconcerto e sbalordimento. Tuttavia si tenne calmo, come era suo costume. «Se ci togliete anche la pena di morte, dove vanno a finire le autonomie locali?»
Il ministro sollevò un sopracciglio. «Sa meglio di me che quella sanzione non è concessa. Né dalla Costituzione, né dalle vigenti leggi.»
Questa volta il Buddista, così chiamato per la proverbiale impassibilità, non poté non alterarsi un poco. «Mi prende per stupido? Sto parlando non di esecuzioni sommarie, ma di morte per fame! L’ho applicata mille volte e non avete obiettato nulla!»
«Quando mai l’avete applicata?» domandò il ministro, sempre più frastornato.
«E’ inutile che gliele enumeri. Sgomberi ripetuti di rumeni che avevano costruito sozze baracche sulla riva di un fiume. Multe salatissime a lavavetri. Foglio di via a extracomunitari.»
«Non sono condanne a morte!»
«In pratica sì.» Il sindaco gonfiò il petto. «Li abbiamo lasciati per strada, senza nessuna assistenza. L’inverno si incaricherà di sopprimerli.»
Il ministro non era convinto. «Una cosa sono le circostanze ambientali, altra un’esplicita licenza di uccidere rilasciata ai vigili urbani.»
Il Buddista fissò l’interlocutore con la tipica ironia del suo sguardo. «Vuole essere tanto cortese da spiegarmi la differenza?»
Il ministro, spazientito, sbottò: «Insomma, cosa pretende ancora? Ha già avuto gli spray al pepe per i vigili. Che devo dirle? Metta più pepe!»
«Metta più...» Il Buddista stava per esplodere, ma un’idea lo colpì. «Signor ministro, il pepe posso applicarlo come voglio?»
«Cosa intende dire?»
«E’ necessario lo spray o posso ricorrere ad altri modi di... impepamento?»
Il ministro non ne poteva più. «Spruzzi il pepe come vuole. E anche il sale, l’olio, l’aceto. Poi cuocia gli extracomunitari e se li mangi.»
«Me lo mette per iscritto?»
«Che può mangiare gli extracomunitari?» Il ministro era sbalordito.
«No, che posso distribuire il pepe a mio modo.»
«Ma certo. Adesso le scrivo due righe, poi mi farà il piacere di togliersi dai piedi.»
 (Continua)