IL BUDDISTA di Philip K. Dick (traduzione di Valerio Evangelisti)


Il sindaco mostrò sconcerto e sbalordimento. Tuttavia si tenne calmo, come era suo costume. «Se ci togliete anche la pena di morte, dove vanno a finire le autonomie locali?»
Il ministro sollevò un sopracciglio. «Sa meglio di me che quella sanzione non è concessa. Né dalla Costituzione, né dalle vigenti leggi.»
Questa volta il Buddista, così chiamato per la proverbiale impassibilità, non poté non alterarsi un poco. «Mi prende per stupido? Sto parlando non di esecuzioni sommarie, ma di morte per fame! L’ho applicata mille volte e non avete obiettato nulla!»
«Quando mai l’avete applicata?» domandò il ministro, sempre più frastornato.
«E’ inutile che gliele enumeri. Sgomberi ripetuti di rumeni che avevano costruito sozze baracche sulla riva di un fiume. Multe salatissime a lavavetri. Foglio di via a extracomunitari.»
«Non sono condanne a morte!»
«In pratica sì.» Il sindaco gonfiò il petto. «Li abbiamo lasciati per strada, senza nessuna assistenza. L’inverno si incaricherà di sopprimerli.»
Il ministro non era convinto. «Una cosa sono le circostanze ambientali, altra un’esplicita licenza di uccidere rilasciata ai vigili urbani.»
Il Buddista fissò l’interlocutore con la tipica ironia del suo sguardo. «Vuole essere tanto cortese da spiegarmi la differenza?»
Il ministro, spazientito, sbottò: «Insomma, cosa pretende ancora? Ha già avuto gli spray al pepe per i vigili. Che devo dirle? Metta più pepe!»
«Metta più…» Il Buddista stava per esplodere, ma un’idea lo colpì. «Signor ministro, il pepe posso applicarlo come voglio?»
«Cosa intende dire?»
«E’ necessario lo spray o posso ricorrere ad altri modi di… impepamento?»
Il ministro non ne poteva più. «Spruzzi il pepe come vuole. E anche il sale, l’olio, l’aceto. Poi cuocia gli extracomunitari e se li mangi.»
«Me lo mette per iscritto?»
«Che può mangiare gli extracomunitari?» Il ministro era sbalordito.
«No, che posso distribuire il pepe a mio modo.»
«Ma certo. Adesso le scrivo due righe, poi mi farà il piacere di togliersi dai piedi.»
Due giorni dopo, il Buddista istruiva nel suo ufficio i graduati dell’Arma dei Vigili Urbani. Costoro se ne stavano impettiti nella loro divisa nera e rosa, allusiva alle due forze politiche alleate, Partito Democratico e Alleanza Nazionale (di solito abbreviate in Partito Democratico Nazionale), che reggevano la città.
Il Buddista mostrò una cartuccia. «Vedete questa? Sostituisce gli spray ormai obsoleti. Invece dei pallini metallici ha dei grani di pepe. Li si spara con le doppiette che ho già fatto distribuire.»
«Signor sindaco» obiettò un ufficiale anziano ma robusto «secondo me sono proiettili innocui.»
Il Buddista fece il suo tipico risolino. «Innocui? Niente affatto. Un grano di pepe ha la stessa consistenza del metallo, se sparato con una forte carica esplosiva e da distanza ravvicinata. Ho già provato su alcuni gatti randagi che miagolavano la notte sotto casa mia. Sono morti tutti, uno l’ho quasi fatto a pezzi.»
«Mi permetto di insistere, signor sindaco. Secondo me…»
«Basta, stia zitto!» urlò il Buddista. «Lei non ha letto il libro di testo!» Sollevò dalla scrivania un fascicolo colorato. «Questo è Tex n. 321. Tex, rimasto senza proiettili, usa proprio il pepe nero! Ha studiato o no?»
L’ufficiale ammutolì.
Si udì una risatina dal fondo. «Non vedo l’ora di imbottire di pepe uno di quegli sporchi negri!»
Il Buddista si sporse dal suo palchetto, ornato dalle lettere PD-AN. «Chi ha parlato?» chiese, con collera trattenuta.
Non vi fu risposta.
«Ebbene» continuò il Buddista «sia chiaro che qui non si accettano provocatori. Niente razzismo, tra noi. Siamo una sinistra moderna, che si fa carico del problema della sicurezza. L’espressione “sporchi negri” non fa parte del nostro bagaglio culturale. Noi ci occupiamo solo dei negri che attentano alla tranquillità dei bianchi. Idem per gli slavi, gli zingari, gli arabi, i pezzenti, gli estremisti. C’è per caso qualche fascista in sala? Che alzi la mano, così lo sbatto fuori a calci, alla maniera di Kit Carson! Fulmini e saette!»
Nessuno fiatò.
«Bene. Per dimostrarvi l’efficacia della nuova cartuccia al pepe, stasera uscirò in pattuglia con voi.»
Scoppiò un applauso unanime. Anche il Buddista applaudì se stesso.
La sera, a Bologna, calava alle 21. Dopo scattava il coprifuoco. Non erano ammessi passanti, i bar dovevano chiudere (eccetto quelli della festa dell’ex Unità), gli autobus circolavano vuoti. Sagome umane di cartone, collocate nelle strade, davano l’impressione di una città vivace.
Rannicchiato in fondo a un’auto della 13^ Brigata AVU (Arma Vigili Urbani) il Buddista brontolava. «Come mai tanti cantieri? La città è piena di cantieri!»
L’autista lo guardò dallo specchietto. «Signor sindaco, è un suo ordine. Buttare giù centri sociali, case occupate, circoli giovanili. In cambio aprire cantieri in cui non lavora nessuno, tanto per impedire che si rientri nei luoghi sgomberati.»
D’improvviso l’auto sbandò. Una secchiata di merda semiliquida, piovuta da un caseggiato, aveva centrato in pieno il parabrezza. Il veicolo si stabilizzò a stento. L’autista spense il motore.
Furibondo, il Buddista bofonchiò: «Ma che cazzo…» Aprì lo sportello e scese. Una seconda secchiata lo colse in piena faccia, tingendolo di marrone.
Agitò il pugno verso i piani alti dell’edificio, un collegio universitario. «Tuoni e fulmini! Me la pagherete, canaglie!»
Finestre si chiusero, si udirono pernacchie.
Il Buddista allungò la mano verso il conducente. «Passami uno straccio, il parabrezza fa schifo!»
Era intento a pulire il vetro quando due fari bucarono l’oscurità. Si udirono frasi concitate.
«E’ un negro!»
«E’ un lavavetri!»
«Sentite come puzza!»
Allarmato, il Buddista gettò lo straccio.
«Ehi, ragazzi, non mi riconosce…»
Troppo tardi. Una scarica di grani di pepe, sparatagli a venti centimetri dall’orecchio, gli fece saltare timpani e cervello.
«Tex, aiutami!» gemette il Buddista, prima di morire aromatizzato al pepe. Se non altro, l’effluvio copriva un poco quello della merda.
Dall’alto del caseggiato scrosciarono applausi.

 

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